Quel volpone di Bolzoni e quel libro senza risposte

Attilio Bolzoni

Attilio Bolzoni è una volpe, anzi un volpone. Uno di quegli animali che, data l’età, può ben dire di aver percorso tante strade e sentieri. Il suo alter ego è un gatto. Sicché si può dire che racchiude in sé, come in una grande categoria psicologica, il gatto e la volpe. Lo si capisce benissimo leggendo questo libro appena pubblicato su Antonio Calogero Montante detto Antonello, frutto (dice lui, Bolzoni) dell’inchiesta sulla grande Spectre, sulla rete e il sistema Montante, “il paladino dell’antimafia italiana che stava nel cuore di un boss”. Un libro scorrevole, scritto da un abile cronista, sviluppato come un copione da film, ma con un filo conduttore incredibile: il paraculismo.

C’è il paraculismo del cronista abituato a giocare con le parole, geniale nell’intortare persino cibi avariati. Non me ne voglia il papa del giornalismo de noantri, non voglio peccare di lesa maestà né, lo dico subito a scanso di equivoci, voglio qui intonare un peana difensivo  per Antonello Montante che, se vuole, si difende da solo. Né, per tutta onestà, mi interessa difendere me stesso da riferimenti (riportati nel libro) che nulla hanno a che vedere con la vicenda Montante e richiamati, sembra, per il puro gusto di infilarmi in una vicenda in cui, lo dicono gli atti giudiziari, sono vittima.

Devo dirvi che mi aspettavo, da questo capolavoro letterario e giornalistico, delle risposte. E invece mi sono ritrovato con un libro reticente o meglio ripetitivo: nulla aggiunge a quanto già saputo o risaputo, nulla aggiunge a quanto già letto sulle pagine di Repubblica. Anzi, se volete, sono più le notizie mancanti. Perché Bolzoni, con acuto paraculismo, traccia una linea per assolvere i suoi amici, la sua cerchia. Non c’è nulla di male, ci mancherebbe: ognuno fa quello che vuole e scrive quello che vuole. Ma andrebbe detto: vi sto raccontando una storia ma ho omesso alcuni particolari perché raccontano di fatti che coinvolgono i miei amici e dunque non ne voglio parlare. Bolzoni non lo fa e così alterna sermoni papeschi, condanne all’inferno per quelli che ritiene nemici (pardon avversari) e assoluzioni rapide per i suoi amici e le sue fonti. 

C’è in particolare una domanda, che lo stesso Bolzoni pone, rimasta senza alcuna risposta: come è stato possibile? La stessa domanda che io ho fatto l’altro giorno al presidente della commissione regionale Antimafia Claudio Fava, la stessa domanda che resta sospesa e incombe costantemente.  Eppure c’è chi può dare risposte (se non vuole darle ai magistrati le dia a Bolzoni magari con una bella intervista), che può spiegarci  chi, come e quando ha deciso che “il ragazzo che stava nel cuore di un boss” dovesse diventare quello che poi è diventato: il paladino dell’Antimafia italiana. Questo signore si chiama Marco Venturi. Non sappiamo se Bolzoni ha già fatto questa domanda all’ex presidente dI Confindustria Caltanissetta, ex presidente della Camera di commercio di Caltanissetta, ex componente del consiglio di amministrazione del Sole 24Ore, ex assessore regionale alle Attività produttive in quota Confindustria, uno dei giovani rampanti che ha avviato la “rivoluzione legalitaria” a Caltanissetta il quale da assessore regionale stilava liste di proscrizione insieme al suo amico Alfonso Cicero che era di fatto l’assessore ombra di quella giunta guidata da un presidente poi indagato per mafia (basta leggere la relazione della commissione regionale Antimafia per farsi un’idea). 

Bolzoni, fine letterato, cita un gran numero di intellettuali e scrittori (da Sciascia a Hegel, sì proprio Hegel pensate un po’) ma si dimentica di Pirandello: uno del territorio, possiamo dire, che gli parla continuamente ma che lui non ascolta. Che peccato. Perché per esempio alla fine di tutto sto pandemonio c’è un’altra domanda che resta senza risposta: chi sono i buoni?

Bolzoni, ragionando per analogia, torna indietro nel tempo, fino alla P2, a Licio Gelli, alla loggia massonica per rappresentare reti di potere cui assimilare la rete di potere costruita (?) da Montante e ribadisce, ma non nel libro, un’altra domanda cui il fine giornalista investigativo non riesce a dare una risposta: Antonio Calogero Montante è stato pupo o puparo? Ci sono ancora troppe omissioni nel racconto di questa vicenda  e ci sono connessioni con altre storie che il Nostro non sviluppa affatto. Si fa presto a dire “mafie incensurate” creando una nuova categoria criminale. Ma trattandosi di categorie criminali nuove Bolzoni ha una fonte di primo piano e non di primo pelo cui magari chiedere un commento o una spiegazione: l’ex procuratore a Palermo Antonio Ingroia, oggi avvocato (difende tra gli altri anche i sodali di Massimuccio Ciancimino nell’affare della megadiscarica rumena). Ingroia, grande amico di Antonello Montante, è il magistrato che ha indagato sui misteri di questo dannato Paese, è il magistrato che ha avuto in mano le telefonate tra Giorgio Napolitano e Nicola Mancino, quelle che dovevano essere distrutte e che, sostiene Bolzoni nel suo libro, potrebbero essere finite nelle mani di Montante tramite il capocentro della Dia di Palermo, il colonnello D’Agata.

Ingroia compare solo come un’ombra nel librone di Bolzoni il quale ne ha per tutti, anche per quel sant’uomo di Luigi Ciotti, ma risparmia l’ex magistrato che pure ha partecipato a incontri con Montante prima e dopo l’inchiesta per mafia. Vale la pena dunque comprare questo libro che di Zolfo ha solo la puzza? Se vi avanzano 18 euro certo che sì. Per comprendere il metodo di chi in questi anni ci ha raccontato la mafia (negli ultimi quarant’annI) e si è accorto con molto ritardo di essersi fidato, (a volte o spesso?) delle fonti sbagliate. Lo ha detto lui stesso al processo Capaci bis. Ne apprezziamo l’umiltà di ammettere gli errori che gettano però ombre (professionali beninteso) sull’infallibilità di un Papa del giornalismo.  

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